Di uomini ed eroi.

Nulla possono gli uomini contro il Fato e la volontà degli Dèi

Il post di oggi non riguarda fuffa motivazionale o sfoghi incomprensibili ma parla d’Amore, nelle sue più svariate forme.

Devo fare una premessa, prima di iniziare: le due persone che citerò, assieme ovviamente alla loro opera, mi hanno fatto riscoprire tale sentimento e sono riuscite a incanalarlo in qualcosa di sottile, silenzioso, calmo. E, assieme a questa scoperta, l’hanno connotato nel termine “amicizia” nella maniera più profonda e calda che avessi mai provato.

Dunque, oggi mi appresterò a recensire “GORGONIA“, il fumetto di Cristina Kokoro e di Eleonora Gatta, edito da PlanetManga. Mentre la prima, oltre che essere una formidabile fumettista, trascina con sè 21 anni di amicizia con la sottoscritta, la seconda è stata una delle più piacevoli scoperte che avrei mai potuto fare, sia come narratrice, sia a livello amicale.

Prima di introdurre la storia, nonchè le mie personali opinioni al riguardo, voglio prima far eun piccolo sunto circa la mitologia di alcuni personaggi che troverete nel fumetto.

Le “GORGONI” o “FORCIDI” (in quanto, il mito, le vuole figlie di Forco e di Ceto) sono un trio di fugure femminili; Steno, Euriale e Medusa e, geograficamente parlando, erano collocate o in Libia o all’estremo Occidente. Il loro aspetto si poteva definire mostruoso: erano creature con il capo coperto di serpi, grandi ali dorate e denti giganteschi (come descritte da Apollodoro, nella sua Biblioteca, 2.4.2).
Fra di loro, l’unica con natura mortale è Medusa: il mito narra che, in origine, fosse una giovinetta dalla bellezza incredibile, che venne punita da Atena per aver giaciuto con Poseidone in uno dei templi a lei dedicati. Mentre una versione del mito la vede sedotta dal dio dei mari e consenziente nell’avere un rapporto sessuale con lui, un’altra versione afferma che venisse stuprata sui gradini del tempio, invocando la pietà di Atena che, però, non arrivò mai.
Atena, la dea guerriera, è conosciuta come una delle figure più vendicative e orgogliose del pantheon greco: ella infatti riserva alla povera ragazza una sorte terribile, trasformandola in una gorgone e costringendola a vivere con Euriale e Steno presso una dimora accanto all’Oceano, nei pressi di Tartasso.
Secondo Eschilo (Prometeo, 800), il suo capo era così spaventoso da pietrificare chiunque osasse guardarla in volto.

Le tre Gorgoni rappresentano tre tipi di perversione; Steno (il cui nome, per altro, viene dalla parola greca Stheno e significa “forza“, donandole così la definizione della più forte tra le tre “sorelle”) è il simbolo della perversione morale. Euriale simboleggia la perversione sessuale e Medusa della perversione intellettuale.

Nell’iconografia classica, il volto delle gorgoni assunse un significato apotropoico: veniva spesso esposto vicino ai templi o agli ingressi degli edifici per tenere lontano il malocchio.

Una caratteristica di queste creature era legata al loro sangue: se, nello sgorgare dal loro collo, era stata colpita una certa vena, era un veleno mortale; se sgorgava da un’altra, era un potente rimedio curativo, che il dio Asclepio utilizzava per restituire la vita ai morti.
Nel mito si trovano inoltre alcune affinità tra Persefone e Medusa, entrambe legate al mondo dei morti.

PERSEO è uno dei personaggi chiave sia del mito sia del fumetto: figlio di Danae e Zeus e nipote di Acrisio, nacque in segreto, poichè il nonno – a seguito di una predizione di un oracolo non meglio specificato (sebbene la divinazione si possa attribuire alla Pizia di Delfi) – rinchiuse la figlia in delle stanze sotterranee, chiuse da una pesante porta in bronzo e sorvegliate giorno e notte, affinchè non potesse generare un erede che sarebbe stato, secondo la profezia, il suo assassino. Zeus, innamorato di Danae, riuscì comunque a concepire un figlio con lei: si trasformò in pioggia dorata e, filtrando attraverso il tetto della prigione della bellissima Danae, riuscì a far sì che lei potesse portarne in grembo il figlio. Per questo, un epiteto con cui veniva chiamato Perseo era Aurigeno, cioè “colui nato dall’oro“.

Finita questa premessa (cui seguiranno, comunque, delle ulteriori aggiunte), ora posso iniziare la recensione vera e propria.

Nel fumetto vediamo Acrisio che si reca per la seconda volta a Delfi, con la speranza che la Pizia gli fornisca il motivo per cui non riesce a generare un erede maschio che possa succedergli al trono: egli infatti, nonostante i ripetuti tentativi, a parte Danae, aveva concepito sempre e solo femmine di salute cagionevole, spesso decedute durante il parto o poco dopo. La Pizia, sacerdotessa di Delfi nonchè Oracolo, gli svelerà una tremenda profezia: il nipote usurperà il suo trono, dopo averlo ucciso.

Per questo, al suo ritorno ad Argo, egli confinerà la figlia in un’ala della casa, affinchè non possa incontrare nessun uomo e, così, non riuscire a generare quel nipote tanto pericoloso (l’unica diversità rispetto al mito è che Danae non viene rinchiusa nei sotterranei).

Preso dalla rabbia e dalla frustrazione per tale profezia, egli comprerà una schiava a Delfi, dai lucenti capelli rossi, e la stuprerà poco dopo, seminando nel suo grembo quello che spera essere un erede maschio.

La schiava viene trascinata ad Argo, incapace di comunicare a causa della barriera linguistica, e sbattuta nel gineceo assieme a Danae. Qui genererà, nella stessa notte della principessa, un figlio maschio, dagli stessi capelli rossi ma completamente cieco, cui viene dato il nome di Koral, mentre Danae partorirà un maschio perfettamente sano di nome Perseo. La madre di Koral morirà durante quella notte di parto, lasciando al figlio una collana che porterà per il resto della sua vita. Nel fumetto viene specificato che Perseo è un neonato molto tranquillo, che non piange mai, mentre il pianto di Koral è l’unico che eccheggia nelle stanze del gineceo: questo è la copertura per Danae, che riesce così a nascondere l’esistenza del figlio. Ma una notte, in cui un temporale particolarmente forte spaventa entrambi i neonati, il loro pianto fa sì che le guardie si rendano contro dell’inganno. Atena però, tramutatasi in una guardia a sua volta, fa fuggire Danae dalla sua prigionia e le affida, oltre al figlio naturale, anche l’altro neonato e, dopo aver chiuso i tre in una cassa e affidati al mare, ne seguirà comunque le sorti per tutto l’arco narrativo (il mito vuole che sia stato lo stesso Acrisio, in realtà, a chiudere la figlia in una cassa assieme a Perseo, sperando che questa si incagliasse ed entrambi morissero annegati. Sarà Zeus a salvarli, facendo sì che la cassa si incastri in un’isola delle Cicladi, a Serisio).

Tornando a Gorgonia, la cassa giunge sulle spiagge di Serisio, e Danae viene accolta, assieme ai neonati, da Ditti, fratello del re Polidette, che li prende sotto la propria ala e garantisce loro protezione (sempre secondo il mito però, Ditti non godeva di alcun privilegio, nonostante fosse il fratello di un re. Egli infatti viene descritto come un umile pescatore che porterà i due direttamente da Polidette). Ma mentre Perseo cresce assieme al figlio di Ditti, Medusa, e viene istruito ed addestrato, Koral viene affidato alle cure della serva Clizia e rimane relegato in un’ala della casa, senza contatti col mondo esterno. Sarà proprio il figlio di Ditti a farlo uscire dalla sua prigionia quando, suonando la lira, innalza la sua voce in un bellissimo canto che affascina Koral a tal punto da farlo uscire dalle proprie stanze e lo conduce verso l’autore di tale melodia.

Da questo momento sia Perseo che Medusa, insisteranno affinchè anch’egli venga istruito con loro, condividendone le sorti e trascorrendo tutto il tempo possibile con lui, affezionandosi a quel ragazzino esile e bellissimo, con cui condivideranno diverse esperienze che riusciranno a salvarlo dalla solitudine, pur mantenendo un carattere timido e schivo. La sua cecità non viene vista come un ostacolo, e in diverse occasione i due lo aiuteranno a percepire sempre di più ciò che lo circonda, affinando i sensi.

I tre crescono, ma mentre Perseo e Medusa affronteranno il rito del passaggio all’età adulta, Koral rimarrà sempre dietro loro di un passo, soprattutto perchè Danae insisterà affinchè gli rimanga preclusa la vita di palazzo, non permettendogli di partecipare alle feste ed ai banchetti organizzati da Ditti.

L’amicizia fra i tre ragazzi, intanto, muta in amore: Koral sente un profondo sentimento per i due ragazzi e anche Perseo e Medusa non rimarranno immuni al fascino che il ragazzo acquista con la crescita; dopo una festa, cui riescono a farlo partecipare, i due riusciranno a liberarsi dal peso di una finzione di palazzo e a consumare il loro amore per il ragazzo. Questa situazione, che potrebbe benissimo trasformarsi in un triangolo amoroso, in realtà prende una piega diversa: i tre vivono l’amore che provano l’uno per l’altro in maniera totalmente naturale e felice.


Ma la felicità dura poco.
Ermes, messaggero degli dei, svela a Perseo la sua natura di semidio, facendogli così capire perchè la madre insistesse tanto nel renderlo un uomo forte e senza paura, un eroe il cui destino è inevitabilmente segnato.

Ditti, nel frattempo, decide di recarsi alla dimora del re Polidette, affinchè questo benedisca la sua unione con Danae. Anche qui, la storia si slega dal mito: Danae, in realtà, era innamorata di Polidette e questi, per liberarsi di Perseo, lo costringe a compiere un’azione eroica da cui, spera, non tornerà mai vivo; dovrà, infatti, recuperare la testa della gorgone Medusa e offrirgliela in dono. Un’altra versione del mito vede Danae schiava di Polidette e Perseo farsi avanti nell’uccisione del “mostro”, nel tentativo di liberare entrambi dal giogo di Polidette stesso.

Tornando al fumetto, scopriamo l’amore del dio Poseidone per Koral: quando l’ospitalità di Polidette si trasforma in una sorta di gabbia dorata per i tre personaggi, è Medusa a prendere l’iniziativa: propone ai due una fuga, così che possano vivere liberi dalla fitta trama che il Re stava tessendo attorno a loro. In realtà, a fuggire saranno poi solo Koral e Medusa, che spariranno nelle profondità marine a causa della rabbia del mare. Mentre il primo però, verrà graziato, il secondo verrà trasformato in un’orribile creatura, con zanne affilate e serpi al posto dei capelli, ed imprigionerà con sè Koral che, grazia alla sua cecità, non verrà trasformato in pietra dallo sguardo dell’amante.

Ora, potrei svelare il finale e rovinare tutto, ma lascerò il possibile lettore con l’amaro in bocca: non sono qui per descrivere pedissequamente il fumetto ma per recensirlo, dunque non spetta a me svelare quanto accade dopo.

Come già affermato, conosco Cristina da una vita: negli anni, fin dai primi tempi, ho ammirato tremendamente i suoi disegni, sebbene lo stile fosse completamente diverso. Non in termini di bravura, ma puramente in termini di ispirazione: il suo stile si stava affinando, pian piano, sebbene la direzione da seguire fosse ancora incerta. Posso tranquillamente affermare che sia letteralmente sbocciata e già dalla prima versione di Gorgonia si vedeva questa crescita incredibile, sia a livello di disegno, sia a livello emozionale. Certo, è sempre stata in grado di affascinarmi, ma a questo punto posso dire che sono ben oltre la fascinazione: i tratti con cui disegna, con estrema delicatezza, un prodotto che rischia di accodarsi e rimanere incagliato nell’etichetta di semplice “Boy’s love“, diviene invece un canto di amore, fedeltà e disperazione. Con maestria, tratteggia una storia che non fatica a intrecciarsi col mito, mostrando la preparazione storica che vi è dietro: dal disegno, che spazia dal fumetto vero e proprio alle rappresentazioni delle scene eroiche tipiche dei dipinti dell’epoca Micenea. Sia gli usi che i costumi sono stati rispettati e, sebbene si distanzi dal mito ad un certo punto, offre una storia verosimile e sincera. L’amore profondo, quello che non si rassegna alla morte, è la chiave di quest’opera meravigliosa.
Eleonora appare come una degna narratrice e collaboratrice, lasciando il segno con le parole esattamente come Cristina le trasforma in arte.

Suggerimento? Compratelo. Non per suggerimento ma come consiglio accalorato.
Raramente riesco a trovare opere che riescano a colpirmi così nel profondo come Gorgonia e, credetemi, sono un’avida lettrice e spazio tra i generi senza indugio. Non solo perchè è uno dei fumetti dalla qualità incredibile, ma perchè la storia riuscirà a toccare tasti emotivi che nemmeno credevate di avere: scivolerà fra le ossa e la carne e rimarrà incastrata nel cuore senza che nemmeno ve ne accorgiate. E non sono la sola a pensarlo: il mio compagno, che non è esattamente avvezzo a questo genere, ha chiuso il volume con le lacrime agli occhi. Io l’ho fatto piena di orgoglio.

Perchè è il raggiungimento di una vetta, dopo un percorso artistico di ventun anni; è l’apoteosi di una coppia di autrici che ha versato anima e sangue per partorire forse uno dei migliori prodotti degli ultimi anni.

Al di là del particolare affetto che provo per entrambe, posso dire che le mie parole sono state dettate dall’imparzialità: come mi è stato detto, sono un giudice critico e talvolta spietato, e non posso che farmi vanto di tale affermazione.

Gorgonia mi ha insegnato ad amare.
E spero che possa instillare nei suoi lettori la stessa scintilla che mi ha fatto vibrare il cuore.

Riconoscersi

2014. Mi viene difficile pensare che siano solo 11 anni fa e non un secolo.
Quell’anno fu molto duro, dal punto di vista relazionale, ma fu anche un anno pieno di novità e svolte e, tra queste, c’era stato anche il ritrovare sé stessi dentro lo specchio. Dopo molti anni in cui era stato un nemico, riuscivo per la prima volta a guardarmi ed essere orgogliosa di me stessa, del nuovo percorso intrapreso e delle possibilità che si stavano spalancando davanti a me; un nuovo corso di laurea, una nuova relazione amorosa, un nuovo amore per me stessa. Tutte cose belle insomma. E non c’erano ancora psichiatri, pastiglie e notti infernali. Solo la meravigliosa, incredibile sensazione di star rifiorendo, come una margherita a primavera; l’aria era carica di aspettative e di affetto.

Un affetto, in particolare, era quello che sentivo da una coppia di cari amici: era un senso di apprezzamento insieme ad una calda sensazione di accettazione, una cosa che mi era mancata per moltissimo tempo. Spinta dal loro entusiasmo avevo deciso di provare, ogni tanto, a posare per loro come modella: avevano idee che trovavo delicate e sensibili e, attraverso quelle foto, riuscivo a ritrovarmi. Erano il mio specchio digitale, in un certo senso, ed era bello che l’immagine che mi restituivano i vetri di casa fosse la stessa restituita dalle lenti delle loro macchine fotografiche. Ed erano persone dolci, amorevoli, e forse le foto erano solo una scusa per poter stare con loro e ridere, questa volta sul serio.

Una volta sono stata Biancaneve. Un’altra, una guerriera con spallacci di metallo. Un’altra ancora ero semplicemente io, avvolta dalla carta o da una tenda trasparente, e riuscivo a far trasparire una bellezza ritrovata, dopo anni di miseria. Le cicatrici che mi trascinavo dietro come una condanna, ad un certo punto, sono semplicemente diventate un ricordo di cui a stento mi accorgevo; erano in grado di includermi in un mondo in cui perfino io riuscivo a sentirmi a mio agio.

Purtroppo non c’è il lieto fine in questa storia: loro hanno perso sè stessi ed io ho perso loro, assieme ad un pezzetto di cuore, ed ho visto la storia ripetersi.
Perdite, abbandoni, fallimenti.
Ho coperto le cicatrici con un tatuaggio. Ho ricominciato il giro delle cure quando, poco più di due anni più tardi, la malattia è tornata a bussare alla mia porta come un ospite indesiderato: si faceva strada dentro di me, tra le alchimie chimiche create per farmi dormire e funzionare. All’università facevo fatica a districarmi tra la realtà del tirocinio e le promesse di cura ed empatia che imparavo fra i banchi di legno, ed il 2017 è stato accolto da una profonda sofferenza interiore e dal primo ricovero.

Lo specchio aveva cominciato a distorcersi.

Sono passate le stagioni, gli anni, un corpo che si abituava troppo in fretta ai tentativi medici di mettere un freno alla voragine che si stava aprendo dentro di me.
Benzodiazepine per dormire e per calmare le crisi, antipsicotici per regolare l’umore, sedute dalla terapeuta in cui facevo fatica a lasciarmi andare e consideravo la cosa solo da un punto di vista freddo e analitico.

Iniziai a non riconoscermi più.

Non è stato uno scontro brutale, è stata una lenta e inevitabile trasformazione, che prima ha ghermito il cuore, poi il cervello e, per ultimo, il corpo. Sono cambiate le medicine e, con esse, anche gli effetti collaterali: vivevo in un guscio che si faceva sempre più pesante e non riusciva a trovare pace nel mondo. Osservavo il viso gonfio, l’addome farsi pronunciato, caviglie e polsi che si ispessivano e dita che scoppiavano dentro gli anelli.
E lì, ho iniziato di nuovo ad odiarmi.
Non potevo tornare a ciò che conoscevo prima: mi aggrappavo ad un verso di Maya Angelou, mi stringevo in tessuti contenitivi e maglie sempre più grandi; mi sentivo goffa, impacciata, temevo specchio e bilancia come se fossero demoni.

Accolsi il 2020 con stanchezza e terrore e, anche se da un certo punto di vista potevo considerarmi funzionale, dall’altro ero incapace di vedere questa funzionalità.
Poi arrivò il lockdown.
Molte persone l’hanno accolto con terrore e rassegnazione e ancora adesso il ricordo legato a quei mesi è, per molti, una pagina nera nella storia della loro vita. Ironicamente però, a pensarci ora, per me è stato un momento in cui, per quanto fosse solo in parte, mi sono ritrovata. La testa era meno pesante, lo studio era qualcosa che poteva spalancarmi porte, ed il legame con mia madre era diventato qualcosa di intenso e profondo. Vivere insieme 24/7 aveva in qualche modo curato delle vecchie ferite che ci portavamo dentro. Scherzavamo, guardavamo dei film la sera, ogni giorno scoprivamo un pezzetto di noi che fino ad allora ci era stato precluso: ho iniziato a far pace con l’idea che avevo di lei e questa si plasmava davanti ai miei occhi, mostrandomi ciò che era davvero. Una persona affettuosa, sebbene totalmente incapace nel dimostrarlo, che nutriva per me un amore sconfinato.
Iniziai a passare un esame. Poi due. Poi tre.
Dietro allo schermo del PC ero in grado di parlare di nuovo senza essere terrorizzata dai giudizi, di mostrare che ero effettivamente in gamba e che, quando volevo, ero in grado di usare intelligenza ed ironia al punto di farne delle armi.
Lo specchio non mi faceva più paura perché avevo imparato a guardare oltre ad esso: il passaggio da una taglia minuta ad una più formosa non era più motivo di vergogna e non era vissuto come una condanna.
Coltivai il mio nuovo aspetto esteriore e nutrii sconsideratamente la mia personalità; credo di aver letto più di 20 libri durante quel periodo in cui uscire di casa era un reato sconsiderato. Quando potevo facevo delle lunghe camminate per andare a trovare mio padre, poiché la sua particolare condizione era un’attenuante per poter girare per le strade.

Ad aprile 2021 regalai a mia madre quell’orgoglio su cui aveva calcato per così tanti anni: mi laureai.
D’improvviso lo specchio non mi fece più paura perché dentro ad esso vedevo l’immagine di una persona che era riuscita a dimostrare, finalmente, di essere funzionale.
Non si può negare che, purtroppo, anche quello fu un periodo molto duro: dovetti far addormentare per sempre la mia compagna di una vita, la mia gatta. L’altro “ragazzotto” di casa scomparve due settimane dopo per una trombosi. Eppure riuscivo, in qualche modo, a stare dentro le mie emozioni in maniera sana, non cedendo loro di più di quanto non meritassero; anche dopo una convivenza fallita, riuscivo ancora a tenere i pezzi insieme, con tenacia.

Fino a novembre 2022.

Non credo di essere in grado di descrivere con le parole ciò che successe dentro di me: la donna che avevo nuovamente imparato ad amare iniziò un lungo percorso, fatto di ricoveri, terapie e malattia, che si concluse il 17 marzo del 2023.

E qualcosa dentro di me si ruppe nuovamente.
Ero riuscita, per sei mesi, a districarmi fra la vita lavorativa e quella personale, aggrappandomi coi denti alle speranze; il mio cervello era quello di un’infermiera ma il mio cuore era quello di una figlia. La dissonanza fra le due cose era talmente pesante che iniziò ad incrinarmi.
La crepa di allargò sempre di più.

L’aiuto terapeutico divenne fuoco nemico. La cura, inizialmente mirata, iniziò a non funzionare più e le dosi dovettero aumentare per arrivare ad un range terapeutico che permettesse alla mia testa di non implodere.
E la sorte, ironica, mi portò a lavorare nello stesso ospedale in cui mia madre era morta: ogni cambio di reparto mi avvicinava pericolosamente in quei corridoi che, da figlia, avevo odiato.
Finché la mia vita lavorativa in quell’ospedale si concluse con una riga di penna sul mio nome.

Potrei dilungarmi per migliaia di caratteri a scrivere quanto accadde dopo, tra i mesi in cui le distrazioni non esistevano e la mia esistenza veniva considerata completamente inutile, e quelli in cui invece, dopo aver trovato un lavoro, mi videro fiondarmi in quel mondo nuovo come se fosse un’ancora di salvezza, calata per strapparmi un po’ da quei pensieri ossessivi che andavano a braccetto col senso di colpa.
Non fu facile. Ma non mi sorprese, perché avevo corso a sufficienza e sapevo di essere in grado di poter correre ancora, se fosse stato necessario.

Da qualche giorno ho ricominciato a guardare quelle foto del 2014.
Magra, viso disteso, gli occhi che trasudavano sicurezza.
E non mi sono più riconosciuta: il viso ora è stanco, gli occhi sono neri e ombrosi, le labbra stentano a tendersi in risate e sorrisi sinceri. Quelle foto provengono da un altro piano di realtà o addirittura da un altro pianeta, che ha perso inevitabilmente la sua orbita ed è stato spazzato nello spazio gelido. Ed io, mentre scrivo, mi chiedo se riuscirà a ritrovare la sua gravità, mentre una tempesta magnetica si frappone nel mezzo.
Adesso quelle immagini non sono più realtà ma freddi pezzi di un satellite ghiacciato che si sta sgretolando.

Ne lascerò una qui, perché mi aiuti a ricordare il cambiamento, che mi ricordi che sono stata – per brevissimo tempo – un personaggio riconoscibile in una fiaba a lieto fine.
Sperando di tornare fra le righe e di non perdermi per sempre nello spazio freddo,

Cuore di cristallo

Spesso si sente dire che le nuove generazioni (quelle nate dal 1990 in poi, per intenderci) sono prive di valori, senza amore per il prossimo e troppo ciniche per poter apprezzare le cose. Mi piacerebbe poter sovrascrivere quest’idea terrificante con qualcosa di personale, un messaggio lampante che possa arrivare dritto al cuore di coloro che demonizzano ciò con cui siamo cresciuti e lo incolpano di tutto ciò che reputano brutto e, talvolta, pericoloso.

L’argomento videogiochi è uno dei punti in questione, poichè vengono spesso decontestualizzati e ne viene tratto solo il negativo, a scapito di ciò che c’è dietro: musiche, storie e messaggi spesso positivi vengono totalmente cancellati dal singolo combattimento o goccia di sangue, e spesso portati come esempi negativi quando si sente parlare dell’ennesimo episodio di violenza.
Dato che sono stati ampiamente spesi fiumi di inchiostro, digitale o meno, sull’argomento, non è ciò su cui mi voglio soffermare anche perché, per quanto mi riguarda almeno, ho giocato unicamente a Super Mario World per SNES per tutta la mia infanzia e certo non posso fare esempi o paragoni come potrebbe fare un qualsiasi giocatore “serio”.
Per cui mi dedicherò ad un media che ha avuto un ruolo enorme nella mia vita, sebbene in maniera un po’ particolare: la televisione.

A casa mia c’era sempre qualcosa di acceso: mia madre, cresciuta con la radio, non era capace di vivere in una casa silenziosa e, per questo, fino ai miei trent’anni c’è stato un rumore bianco di sottofondo, fatto di pubblicità e soap opera di dubbio gusto. Quando lei non era in casa, il rumore in questione veniva scelto da mia sorella, che invece di “Sentieri” sceglieva spesso cartoni o serie tipo “Supercar” e, soprattutto, mi permetteva di guardare cose che altrimenti mi sarebbero state precluse (vuoi per il genere o per il semplice fatto che non riuscivo ad arrivare al videoregistratore per usarlo in autonomia).
Il dramma accadeva quando arrivava la stagione estiva: finchè mio padre ha vissuto con noi, il controllo assoluto del telecomando era suo e, proprio mentre su Italia 1 andava in onda il mio cartone preferito (e non poteva non trattarsi di Sailor Moon), Rete 4 forniva una cronaca fedele del Giro d’Italia prima e del Tour de France dopo, per cui rimanevo per ben due mesi e mezzo a bocca asciutta (ovviamente la seconda televisione di casa, situata in cucina, era ad uso esclusivo di mamma e anche lì non c’era margine di discussione).

Mio padre che, nonostante i mille difetti, penso comunque sia una delle persone migliori a questo mondo, aveva un’idea ben precisa di cosa fosse considerabile buono o cattivo: i libri erano una cosa buona. I miti greci, anche i più tremendi, erano una cosa buona. I Simpsons erano diseducativi, i videogiochi violenti e i cartoni animati all’ora di cena erano inaccettabili: l’ambivalenza ed il bipolarismo erano il mio pane quotidiano. Sailor Moon, che con la sua tiara e il suo scettro combatteva contro il male, era peggio dell’infinita storia fra Reeva e Josh (chi è del 1990 sa, senza bisogno di spiegazioni) e del loro sesso casuale dentro le cabine delle spiagge da ricconi. Pantani e Armstrong, fra doping e scandali, stravincevano contro le paladine che annientavano, volta dopo volta, un male sempre più grande. E quando ormai mi ero rassegnata a sentirmi ripetere il mito di Procuste come favola della buona notte, finalmente arrivarono anche in Italia le repliche pomeridiane. Ero al settimo cielo: mia sorella aveva la mia stessa curiosità e quando tornava dal liceo ci spiaggiavamo in salotto a guardare le nostre eroine navigare a vele spiegate verso dei bellissimi finali: quelle ragazzine, con il loro coraggio ed il loro altruismo, mi restituivano tutto il bello che non trovavo altrove. Se consideriamo che il catechismo era il secondo posto, dopo la scuola, in cui subivo bullismo spinto, direi che non c’era partita: Usagi (o Bunny, per noi italianofoni) vinceva a mani basse contro il Cristo Caucasico.

Pretty Guardian Sailor Moon, arrivato da noi semplicemente come Sailor Moon, era una delizia: nonostante i numerosi filler, totalmente assenti nel manga (che, tra l’altro, talvolta era decisamente violento), era in grado di portare valori universali come l’amicizia, l’uguaglianza e l’amore con garbo e delicatezza, e aveva la capacità di farli assimilare senza dover essere ridondante o buonista.
Se mi sforzo, riesco ancora a ricordare alcuni fra gli episodi per me più significativi, che spesso e volentieri non avevano mai un finale scontato: uno fra tutti è la relazione fra Nephrite (Nevius, nella traduzione italiana) e Naru (Nina), la migliore amica di Usagi. Nephrite, che faceva parte dei comandanti dell’esercito della Regina Beryl, ha letteralmente un cambio di rotta nel momento in cui conosce Naru: dolce, compassionevole ma anche leale, è uno dei personaggi “umani” che più ho apprezzato nella prima serie. Si innamora sinceramente di Nephrite, facendogli addirittura promettere di portarla fuori per un appuntamento, ma muore tragicamente nel tentativo di difenderla: la scena, che ancora oggi mi fa piangere, è un esempio cristallino di redenzione e altruismo.

Come si può definire un prodotto con dei messaggi tanto profondi privo di valori?
Il sacrificio di Nephrite in particolare ma, più in generale, il sacrificio di ogni personaggio in Sailor Moon (in cui, ciclicamente, il cattivo non riesce a isolare la nostra eroina pur spezzando i legami con le compagne, rendendole spesso in fin di vita) è votato ad un bene più grande: la pace sulla terra, la speranza, l’amore che dà forza e conforto.

Parlando di sacrificio, un’altra delle mie scene preferite in assoluto si trova nella terza stagione dell’anime, ovvero la seguente:

Quando ogni speranza sembra persa perché il potere di Usagi non riesce a superare la malvagità del nemico, lei non si arrende: continua a invocare, urla, sbatte i pugni a terra poichè frustrata, perchè Hotaru (aka Sailor Saturn) ha deciso di sacrificarsi per l’umanità, accettando di perdere la propria vita per fermare il Male a qualunque costo. Questa non è una scena diseducativa o priva di valore: c’è il sacrificio, il dolore, l’incapacità di sopportare la propria fragilità e impotenza. C’è una ragazzina (ricordiamo che Usagi ha 15 anni in questa serie) che semplicemente non riesce ad accettare l’ingiustizia di tale sacrificio, perchè dentro di sè sa che la propria volontà, unita alla forza dei legami affettivi, possono abbattere quella nube purpurea di caos e disperazione.

Mi piacerebbe poter analizzare più esempi, ma credo che la lunghezza del post potrebbe raggiungere quella della Bibbia e, per tanto, mi limiterò ad aggiungere un’ultimo dettagli, che però reca dentro di sè un messaggio enorme. O meglio “normalizza”, senza banalizzare o etichettare, ciò che noi ora probabilmente butteremmo nel calderone della sigla LGBTQA+, cercando erroneamente di trovarci un valore aggiunto.
Sempre nella stessa serie, la terza, facciamo la conoscenza di tre nuove guerriere: Neptune, Uranus e Pluto. Le prime due, Michiru e Haruka, stravolgono quelli che ora definiremmo i “generi tradizionali”: mentre la prima è l’incarnazione della dolcezza e della femminilità, la seconda ha un aspetto androgino, maschile e fascinoso, tanto che nel cartone viene scambiata per un uomo, diventando l’oggetto amoroso di Marta (Sailor Venus). In realtà Haruka oggi è definibile come “gender fluid“: non si identifica nella visione binaria della sessualità e nel manga viene specificato solo a posteriori che, a differenza di altri personaggi, è una donna sia prima che dopo la trasformazione in guerriera Sailor.

Haruka e Michiru condividono una relazione che trascende il classico legame amoroso: sono anime gemelle, compagne di mille battaglie, e nemmeno la morte può fare molto contro una forza così inarrestabile. Sia nella terza serie e sia nella quinta, sono protagoniste forse dei momenti che, ancora adesso, mi causano pianti isterici.

Perchè, ancor prima delle etichette, prima del diritto ad ogni costo, prima dell’eccesso e della ghettizzazione al contrario, c’erano loro. E si amavano. E basta. Che altro c’era da capire? Le loro mani, protese l’una verso l’altra, che cercano il contatto reciproco anche quando è chiaro che la morte è ormai imminente, è forseuna delle espressioni più alte dei valori trasmessi da questo cartone (ed è inutile dire che il loro sacrificio è stato compiuto per permettere a Usagi, ancora una volta, di salvare la situazione).

Forse ho usato troppi esempi. O troppo pochi. Troppe parole, alcune giuste e troppe sbagliate.
Ma ciò che intendevo, quando ho usato questo cartone come esempio, era piantare un paletto: generalizzare è sbagliato.
Ma non quella generalizzazione banale da boomer, che si può placidamente attaccare con meno parole ed esempi forse più intellettuali, ma da quel tipo nuovo di fenomeno che prevede inclusioni forzate, rifiuta l’idea del sistema binario ma, al contempo, pretende un pensiero unico e fisso, come il bianco ed il nero. Che è ambivalente, come noi border, ma non lo vuole ammettere e finisce per rincretinire il singolo con etichette, eccezioni, idee a volte troppo diverse di libertà e uguaglianza che, spesso, finiscono per essere labirinti in cui non si riesce a trovare lo sbocco.

E poi oh, parliamoci chiaro, volevo fare un post su Sailor Moon: su come, in uno dei momenti più brutti della mia infanzia e della mia pre-adolescenza, sia stato vessillo di valori e speranze e che sì, al pari di prodotti forse più intellettuali e meno commerciali, mi abbia aiutato a crescere. E crescere bene, almeno credo.

Considerando gli animali

Una cosa tipica degli animali è che, quando avvertono un malessere o sentono che è arrivato il loro momento, si nascondono da qualche parte per non uscirne. C’è chi abbandona il branco, lo stormo e chi, più semplicemente, lascia indietro le persone che ama per far sì che non debbano assistere ad uno spettacolo pietoso.

Ho avuto diversi animali, principalmente gatti, e mi rendo conto che nel mio egoismo non ho mai dato a loro la scelta di allontanarsi; li ho stretti a me nel momento peggiore, aspettando che si addormentassero, così che fino all’ultimo secondo fossero consapevoli di quanto erano amati. In un certo senso ne avevo bisogno, perché non si è mai pronti a dire addio ad un essere vivente con cui hai condiviso parte della tua vita.

Come i marinai che percepiscono la tempesta dal danzare del vento, anch’io spesso mi ritrovo a riconoscere i segnali che potrebbero scatenare dentro me l’uragano: la cosa ironica è che si parte da qualcosa di immensamente piccolo che, in un attimo, diviene gigantesco. Gestire questo genere di cose richiede molta esperienza ed allenamento e non sempre ci si riesce. Molte volte, come dice Murakami, bisogna solo attendere quietamente che la tempesta passi. Il problema è riuscire a far capire un concetto così semplice a chi dice di lottare, di opporsi, di prendere in mano le redini della cosa e dominarla così come si riesce a dominare altri aspetti della vita.
Alcuni sono delusi poiché, anziché mostrare il malessere, preferisco introiettarlo dentro di me finché non torna a quella forma piccola e innocua da cui è partito, e raramente riesco a chiedere aiuto in tal senso.

A volte l’aiuto in sé è la vicinanza, pura e semplice: non servono parole o giustificazioni, chi conosce il problema – perché ha vissuto abbastanza tempo con me per poterlo in qualche modo “gestire” – e questo evita tutta una serie di riti quali il dover frugare nel proprio cervello per poter spiegare in maniera comprensibile cosa stia succedendo.
Altre volte, invece, si cerca di dare un aiuto attivo e questo è, a mio avviso, la cosa peggiore: viene riproposto lo stesso ritornello, che parte dal “com’eri e come sei ora”, e che cerca di far capire che è stato fatto un certo tipo di percorso che può aver portato ad un miglioramento. Insomma, capitano gli scivoloni, ma se hai imparato a cadere dovresti anche sapere come rialzarti, a detta di alcuni, ma la cosa frustrante è che in quel momento, quando la cosa insignificante diventa enorme, tu non hai la minima idea di come fare. Pare che i muscoli manchino di coordinazione, che le braccia siano molli, e che l’intero tuo corpo non riesca ad elaborare nessuna connessione neuronale. Te ne stai lì, col cervelletto inebetito, ed è perfino difficile mettere un piede davanti all’altro: a livello emozionale lo si può paragonare al freezing che coglie i malati di Parkinson. Spinti fra due vettori, si ritrovano ad essere completamente immobili, imprigionati in un movimento che non riesce ad esaurirsi. questo è, più o meno, quello che capita al mio cervello.

Il mio trigger, molto spesso, sono i sogni: trovare una quadra per dormire non è mai facile e nel mio caso gioca un ruolo importante anche una certa resistenza ai farmaci. Se la notte è sgombra di sogni, questi si affollano nei pisolini, poiché è l’unico spazio in cui le benzodiazepine non arrivano e non possono zittirli. Alcuni sono ricorrenti, altri nuovi, ma hanno tutti un sottotesto comune e spesso sono così vividi che a volte è difficile riuscire a distinguere la veglia dal sonno. Citando Silent Hill 2, “In my restless dreams, I see that town“, e la città in questione è sempre il tema del ritorno: cerco di trarre a me le cose che si allontanano, cerco di fermare degli eventi, torno indietro nel tempo e sento una dolorosa speranza. Di poter cambiare le cose, di poter fare di più, di poter fare qualcosa di giusto.

Ma, inevitabilmente, gli occhi si aprono e la sensazione svanisce, lasciando il posto ad un malessere esistenziale che rende tutto grigio e senza contorni; mi trascino quel bagaglio di frustrazione per tutto il giorno, non riuscendo in nessuna maniera ad impedire che cresca e sparga in giro delle spore, le quali si insinuano nel mio cuore e germogliano in funghi dannosi e persistenti.

Anche adesso che ne scrivo, mi rendo conto che le metafore non bastano a far capire quanto sia radicato il problema e, soprattutto, quanto possa essere difficile capirlo per chi mette correttamente un piede davanti all’altro. Intere generazioni hanno vissuto camminando regolarmente, senza che qualcosa di astratto impedisse loro di muoversi, e quelle generazioni in grado di camminare credono di avere dentro di loro l’intrinseca capacità di farcela nonostante tutto. Ma quando si fa notare loro che l’atto di camminare è un automatismo, così come il respirare, rimane in piedi una sola domanda: se è così automatico, perchè tu non ci riesci?

Tendenzialmente sottovalutiamo le abitudini e sopravvalutiamo le eccezioni, e questo problema di prospettiva non ci permette di vedere la soluzione oltre al problema: qualcosa che potrebbe rivelarsi un rasoio di Occam di colpo diventa una disequazione di secondo grado. E questa formula pura e neutra ci si annida nel cervello.

Cos’è a? Perchè x è alla seconda? Cosa vuol dire quella roba dopo c? Sono domande lecite per chi non è in grado di leggere questo genere di cose: se cambiassimo le variabili, se bx diventasse la paura, 0 i meccanismi di difesa e ax alla seconda fosse tutto quel groviglio di cose che non siamo in grado di dire? Si potrebbe risolvere lo stesso?

Forse è più facile mettere un piede di fronte all’altro.

L’insostenibile pesantezza dell’essere.

Candace Brushnell, col suo Sex & The City, ha poggiato una nuova pietra sul muro che definisce le relazioni. Nel suo libro, poi divenuto serie, quattro stereotipi femminili affrontano in modo diverso le loro relazioni: c’è chi cresce, chi cambia, chi rimane fedele a sè stesso e – nella serie – chi decide di lasciare la propria comfort zone e stabilirsi lontano da ciò che conosceva prima.

Insomma, è diventato quasi un dogma, una bibbia per le relazioni non solo fra uomini e donne ma anche fra amiche e datori di lavoro, perfino tra sconosciuti: insomma ha concentrato un blocco complesso come quello delle relazioni umane e l’ha trasformato in qualcosa di gestibile e ha definito nuovi paradigmi sulla “normalità“.

Carrie parla di relazioni in ogni episodio, ogni articolo, ogni pensiero libero, ma quando c’è quell’unica puntata che parla di salute mentale, lei fa quello che le persone normali – di fronte ad un problema così complesso – fanno sempre: credono di poterti aiutare, ma, alla fine, scappano, sotto il peso di qualcosa di più forte di loro.

Parafrasando i dogmi che definiscono il borderline, scopriamo un modo diverso di relazionarsi agli altri che, se sommato ad altri sintomi, può essere definito “difficile” e “pesante“.
Non voglio fare la Bradshaw che prende questa patologia con l’ironia che riserva alle situazioni sessuali (e non è che non si siano problemi pure in quell’ambito, per noi poveri borderini ; semplicemente non ho voglia di aggiungere carne al fuoco se poi non posso toglierla prima che si bruci) ma voglio sviscerare quelle frasi cliniche e cercare, come nel primo post, di dare un punto di vista diverso o, per lo meno, più comprensibile.
Questo non vuole dire che normalizzerò la cosa, perchè purtroppo in molti casi è patologica (compreso il mio) ma cercherò si trovare il bandolo della matassa.

Qui abbiamo due punti salienti:
a) Instabilità nelle relazioni: Relazioni intense e conflittuali, con estremi tra idealizzazione e svalutazione degli altri.
b) Paura dell’abbandono: Sforzi disperati per evitare l’abbandono reale o immaginario, a volte manifestati con crisi suicidarie.

Partiamo da (a): trovo che sia un punto di vista molto semplicistico poiché, in realtà, è molto peggio: non solo l’idealizziamo ma adoriamo quella persona che sembra aver capito cosa/chi siamo e che cerca, almeno all’inizio, di non farci pesare la cosa.

Per quanto mi riguarda, metto sempre le mani avanti, soprattutto da quando ho trovato il magico foglio (una relazione scritta in Comic Sans, per dio) che spiegava perché mi sentissi come se fossi un un’altalena impazzita. Avevo 25 anni e l’ho trovato frugando nella borsa dell’ufficio di mia madre; mi sono sempre chiesta cosa l’avesse spinta a conservarlo e nasconderlo per dieci anni ma, anziché pormi domande, lo presi e con la mia solita delicatezza lo ruppi in mille pezzi, in presa ad una crisi di rabbia esplosiva.
In seguito comprai ogni genere di libro al riguardo: dai trattati di psichiatria, specifici o meno, a quelli sulla mindfulness, sull’abbracciare chi sei e ancora, titoli sui diversi approcci psicoterapeutici a riguardo. Insomma, Google non mi soddisfaceva, ed ho preferito pareri più cartacei e fonti valide.

Ma non divaghiamo.
C’è un termine gergale che mi rappresenta alla perfezione: sottona. Sono sottona nelle relazioni amicali, romantiche e perfino familiari, e sono in grado – stranamente – di stringere legami di lunga data, nonostante la mia cosiddetta instabilità. Questa sembra quasi una buona abitudine ma, spoiler, non lo è. Le persone che mi conoscono da più tempo, benché ci sia affetto, non sanno minimamente come prendermi. Ed io stessa faccio molta fatica a convivere con quel tipo di relazioni, giacché mi aspetto sempre il peggio: il giorno in cui sarò ghostata, il giorno in cui non interesserà più a nessuno della mia vita, il giorno in cui quei 5-10-20 anni dell’amicizia non diventino altro che un incontro per un caffè in cui o parlo troppo o troppo poco, a seconda del punto della parabola dell’altalena su cui mi trovo.
L’argomento più spinoso, ovvero le relazioni sentimentali, per ora sono sotto controllo: la mia situazione amorosa, che ormai ha raggiunto un nuovo record (ben 11 anni), sembra adattarsi abbastanza bene a questa situazione dell’altalena. Non nego che a volte vorrei fosse in grado di fermarla per un attimo. Ma la rallenta, quel tanto che basta da permettermi di farmi passare il giramento di testa, e poi mi dà una spinta gentile verso un’altra direzione, talvolta riuscendo a farmi vedere altri punti di vista.
Su questo mi ritengo molto fortunata.

Il problema delle relazioni, nel DBP, è spesso dovuto a questi due fattori: idealizzazione, in cui vediamo il mondo con occhiali rosa, e svalutazione, in cui sembra che la popolazione mondiale ci sia coalizzata contro di noi e che tutto sia vano, inutile. E le persone con cui entriamo in contatto, molto spesso, subiscono questi due processi con fastidio.
Nella mia vita, almeno una 30ina di persone hanno ricevuto il trattamento ideazione/svalutazione; chi ciclicamente e chi saltuariamente, finché il loro cervello non ha costruito una sorta di meccanismo di difesa che li ha allontanati da me con un taglio netto. Perchè noi siamo persone orribili e manipolatorie che spesso sanno esattamente cosa dire e al momento giusto; non siamo medium, non abbiamo né terzo occhio é terzo senso, ma abbiamo abbastanza esperienza per riconoscere i pattern comportamentali. E un istinto innato per metterci perennemente nei guai.

Per quanto riguarda il punto (b), noi non siamo solo instabili, ma siamo anche sottoni (di nuovo): pur di non perdere una persona andiamo fuori di testa. Quando rischiai e, in seguito, persi la mia migliore amica, prima la inondai di messaggi assurdi cui non riusciva nemmeno a rispondere e per la paura che mi abbandonasse, chiedevo scusa immediatamente due secondi dopo; a mente fredda, dopo ormai 11 anni di silenzio stampa, mi sono convinta che l’aver trovato un fidanzato stabile e, soprattutto, “normale” in apparenza, le abbia dato quella stabilità che non ero in grado di darle. Perché per quasi due anni sono stata una persona relativamente normale, finché la rotella nel mio cervello è saltata ed io ho iniziato a mostrare il peggio di questa paura: dapprima frasi accusatorie, poi di scuse, poi minacce autolesive e, infine, l’abbandono. Che ho causato io, perché nel volermi sentire libera di poterle dire qualunque cosa, l’ho sobbarcata con quanto di più patologico potessi tirar fuori e, probabilmente, a lei è parso di annegare e non la biasimo.

Le relazioni, soprattutto per i borderline, sono un banco di prova difficilissimo da cui passare necessariamente se si vuole diventare “funzionali“: e spesso, per essere ben concentrati su questo, sfoghiamo tutto quello che sentiamo in altri comportamenti patologici. Il mio, ad esempio, è lo shopping compulsivo misto all’accumulo ossessivo di oggetti; diversamente da mia madre però, che era un’accumulatrice compulsiva di cibo, io mi limito ad accumulare oggetti che seguono le mie manie del momento – dal collezionismo di Lego al comprare tonnellate di articoli di cartoleria (i libri sono un caso a parte – e non sono mai una spesa inutile). Ma, in un certo senso, sono ancora fortunata: sul lavoro – mutue a parte, perché molto spesso la depressione abbassa le difese immunitarie, quindi mi attacca anche dal fronte fisico – sono relativamente funzionale, a volte eccellente, a volte nella media, ma non arrivo mai a punti di bassi estremi o picchi di perfezione e questo mi basta.

Le relazioni coi colleghi però, seguono il solito pattern mentale che mi sono costruita. Un collega che non mi parla diviene automaticamente svalutato, eppure ne cerco l’approvazione. Invece, il sapere di essere in turno con un collega divertente e con cui mi trovo bene, mi dà la forza per alzarmi alle 4:30 di mattina per andare a lavoro. La mia vecchia psicologa mi disse “non vai a lavoro per farti amicizie” e, se da una parte aveva ragione, dall’altra penso che se devo passare 40 ore a settimana con qualcuno, voglio che le mie relazioni siano piacevoli e stimolanti, anche se non è sempre così.

Inutile dire che la parte patologica di me, quella che instilla nel mio cervello la vocina che sono un’idiota senza speranza e che tutti se ne andranno, non è mai del tutto assente: posso abbassare il volume, ma il tarlo ormai è lì, e morde ferocemente per far sì che la vocina trovi lo spazio per entrare nel mio cuore, bypassando un cervello che la vuole zittire. E qui come si fa? Lasciamo entrare la psicoterapia, cerchiamo di sfogarci, di capire come disfare la matassa, ma troviamo solo dei nodi che da soli non possiamo sciogliere.

Nodo dopo nodo, anno dopo anno, sono in parte riuscita a capire quale filo sia da tirare e quale invece lasciare al suo posto: non che non trovi nodi (ed uno l’ho trovato di recente, e mi sto aggrappando con le unghie alla parte razionale che dice che dovrei fermarmi e accettare il comportamento della persona in questione, e non mettere in gara le nostre reciproche disfunzioni). Il che è una cosa buona, anche se ogni nodo porta con sè un momento molto doloroso emotivamente.

Per chi, arrivato a questo punto, si stia chiedendo perchè mi sia portata come esempio per spiegare un argomento tanto vasto, è semplicemente perché tutti i casi diversi che ho potuto analizzare, sono in parte legati al mio lavoro. La Psichiatria, il primo reparto in cui ho lavorato, è stato il tavolo di prova peggiore dal punto di vista relazionale coi colleghi: ero agitata e con il tarlo nel cuore, e questo mi rendeva tanto brava coi pazienti quanto pessima con le persone con cui lavoravo. Ho inutilmente cercato di mostrarmi migliore di quello che fossi e certe volte ero più stanca del dovermi relazionare con chi si faceva vessillo della normalità che del lavoro stesso. Ho incontrato molte persone con il mio disturbo, che reca con sé uno stigma piuttosto profondo, e molte di loro erano giovani ragazze e/o ragazzi che non avevano i mezzi per affrontare tutto, mezzi che purtroppo la moderna psichiatria può fornire solo a chi è in grado di pagarsi uno specialista privato, e non deve far riferimento a quegli psichiatri – troppo pochi – che in media hanno dai 100 a 200 pazienti da seguire in un solo CSM. Spesso, soprattutto le ragazze, si relazionavano con me perché, in qualche modo, erano convinte che le capissi: erano gli specchi del mio passato, ed alcune di loro invece erano le proiezioni di un futuro che non ho scelto di perseguire. Ma avevano tutte in comune un tratto: la disillusione.

La diagnosi ti colpisce come un martello. E anche se la consapevolezza di ciò che hai può aiutarti, come nel mio caso, ad altri invece serve solo per aggrapparsi a quelle tre parole per affermare la diversità di cui a tratto vanno quasi fieri; perché, in fondo, una malattia è una malattia. Ma differenza di ciò che accade nel corpo, spazio in cui la speranza non muore finché non c’è davvero il muro concreto della fine, per quanto riguarda il DBP i confini di tale malattia sono molto labili e le domande non sono basate sulla ripresa, ma sull’idea di cosa potrebbe succedere se qualcuno riavvolgesse la pelle attorno a loro e gli permettesse di trovare delle strategie.

Perché avere il Disturbo Borderline di Personalità è come girare perennemente senza pelle in un mondo di mani pronte a lanciarti addosso del sale sulla carne viva.
Capire come fermare quelle mani ed espellere quel tarlo dal cuore é il primo o, forse, l’unico, per potersi permettere, un giorno, di lasciare che la pelle cresca di nuovo e diventi una corazza.

Sull’inutilità della felicità

L’idea di scrivere un libro l’ho avuta per…anni credo. Una pila di soggetti morti è lì, nascosta dentro
un cassetto che non ho la minima voglia di aprire. È tutto così finto, tutto così idealizzato, ma
hanno tutte una cosa in comune: l’autoaffermazione.

Alla fine ho optato per un blog, perchè l’idea di dover scrivere pagine su pagine di un argomento in continua evoluzione non mi convinceva poi così tanto. E poi, attraverso il blog, posso interagire con altre persone e magari scambiare idee e pareri, esperienze passate e future e, chissà, forse in futuro aiutare davvero qualcuno.

Ma ora parliamo di me, giusto per inquadrare il soggetto.

Mi hanno diagnosticato il Disturbo Borderline di Personalità quando avevo 15 anni: una dottoressa
della neuropsichiatria infantile mi ha sottoposto dei test, delle macchie di Rorschach, ha analizzato
i vistosi tagli che avevo su braccia e gambe ed ha formulato freddamente quel trio di parole che
avrebbero condizionato per sempre la mia vita.
Non essendo questo un trattato medico non starò certamente a ripetere cosa significhi quella
diagnosi: se è questo che cercate, aprite un qualsiasi trattato di psichiatria, possibilmente il DSM V,
che è una garanzia, se volete frasi sterili e lunghe liste di sintomi, e riempitevi la testa di
teorie sull’abbandono, sull’autolesionismo e sulle croniche sensazioni di vuoto esistenziale. Certo,
dopo la testa vi scoppierà e ne saprete quanto prima, ma potrete fare quello che Kant ha cercato di
fare per tutta la sua vita, ovvero categorizzare l’incategorizzabile.

Non si può chiudere la complessità di una persona dentro un disturbo: se quello che si dice della
personalità è vero, e cioè che si forma crescendo, la parola “ambivalenza” non basta a far capire la
difficoltà che una persona prova a trovarsi cucita addosso una diagnosi che non tiene conto di tutto.
I cosiddetti sentimenti cronici di vuoto sono quelli che provi quando una parola, qualsiasi parola,
piò venire ricondotta alla sigla DPB. I tagli, che hanno un senso ben preciso, sono la punta
dell’iceberg di un malessere che viene costruito negli anni: è inutile spiegare il
perché, interessa il fatto che essi esistano, a discapito di ogni spiegazione.
È come se ad un sopravvissuto del Titanic spieghino per filo e per segno, magari con termini macchinosi, perché è affondato, piuttosto che dargli una coperta e fargli capire che il peggio è passato e che è fortunato
ad essere ancora vivo.

Tendenzialmente, i disturbi e le malattie si focalizzano sulle cose negative: quel trauma, quelle
pastiglie, quel momento in cui ti rendi conto di non farcela più. Ma le cose belle? Le gite in
montagna, l’odore della pioggia e il godimento sincero nel sentire una bella canzone, tanto da
costringerti a metterla in loop, tutte quelle cose belle e forse un po’ ironiche, dove finiscono?
Sono il corollario, sono quelle virgole che non c’entrano nulla con il resto.
Per chi è andato dallo psicoterapeuta, come la sottoscritta, le sedute si aprono pedissequamente
nello stesso modo: com’è andata la settimana? Cos’ha sentito? Ha avuto sintomi?
Se hai avuto sintomi, anche solo per un breve attimo in quei sette giorni (o meno, dipende da
quanto morboso sia il rapporto col terapeuta) allora tutto il resto è nulla. Hai apprezzato un thè
caldo mentre leggevi il tuo libro preferito sotto una coperta, mentre fuori imperversava la furia
degli dèi? Chi se ne frega. Loro vogliono sapere il Male, ne hanno bisogno, perché mentre scrivono i
loro appunti devono trovare qualcosa su cui lavorare. E sulla felicità non si può lavorare: non
chiederanno mai la sensazione della neve sulla lingua, ti chiederanno perché stare sotto la neve ti
ha dato quel senso di malinconia che ti ha squarciato l’anima.
E se così non fosse?
Se quella settimana non avessi avuto assolutamente niente, né traumi, né momenti di sconforto,
loro tirano fuori vecchi mali dagli appunti e ti chiedono se sei riuscito a superarli. E quella
settimana, passata a ridere, scherzare, a vedere dei bei film o ad ottenere la promozione tanto
sperata, si cancella.
Non dico che gli psicologi siano una razza abbietta e immorale: loro fanno il loro lavoro. Sono i
coroner delle malattie psichiatriche. Devono farti capire perché tu ti senta così, perché certi
meccanismi, che potrebbero essere salvifici, in te sono patologici e perché tu ti aggrappi ai secondi,
piuttosto che ai primi. Devono guadagnarsi la diaria facendoti fare corroboranti bagni di realtà così
che tu torni a guardare le cose nella giusta prospettiva o che, per lo meno, tu ci lavori sopra.
Una delle mie citazioni preferite di Woody Allen sulla psicanalisi recita più o meno così:
“Oh, e così sei in analisi”
“Sì da 15 anni”
“15 anni? “
“Sì, adesso gli do un altro anno di tempo e poi vado a Lourdes”

Purtroppo, quando entri nello studio di uno psicoterapeuta tu non solo stai entrando in uno spazio
sicuro e accogliente, stai firmando per la carta fedeltà del supermercato: se ti
fidelizzo, andando a scavare ogni puntino di malvagità che ho dentro di te, potrò pagarmi il
decoratore che dipingerà di grigio topo i muri del mio studio.
Grigio. Qualcuno si è mai fermato a riflettere sul fatto che il bianco, il grigio e quel colore che non si
può nemmeno definire tale (io lo chiamo affettuosamente “tortora morente”), siano i preferiti dagli psicologi? Forse perché fanno risaltare le varie riproduzioni di Gauguin, di Magritte e di De Chirico che hanno appeso alle pareti per renderlo più “accogliente”.
Scelte d’arredamento a parte, stavamo parlando di felicità: ci butto dentro anche gli esponenti della
bioenergetica, una branca che trovo un po’ new age nonché l’unica di cui, a quanto pare, non ho
ancora fatto la tessera: loro ti invitano ad urlare quando la rabbia si fa inesprimibile con lacrime e
parole. Rabbia, dolore, roba trita e ritrita. Posso dire che palle?
Io voglio entrare dentro lo studio di uno psicologo e dire “sono stata felice per una settimana, ho
avuto orgasmi multipli, una promozione, una proposta di matrimonio e mi sono caduti fra le
mani cinquemila euro che userò per dipingere casa mia di verde perché sì, questo color tortora fa
veramente cagare
” e vedere che succede. So che mi dovrò togliere il cappello quando mi tirerà
fuori quella cosa successa nel 1996 e che ho cercato inutilmente di reprimere, non perché dolorosa,
ma perché spaventosamente imbarazzante (per i più curiosi, la tratterò più avanti).

In questo mio dilungarmi credo che, oltre ad aver fatto ampiamente capire che stimo la capacità
chirurgica che hanno i professionisti per farti sentire una merda, abbia reso perfettamente il
concetto che “la felicità è inutile”. Come fai a curare il cuor contento che riesce a sorridere anche
quando il piccione ha centrato in pieno il parabrezza della macchina con un Pollock di guano?
O come fai a credere che qualcuno che, come la sottoscritta, ha vent’anni di autosabotaggi sulle
spalle, riesca a dirti “oggi non vengo in seduta perché francamente non voglio ricordarmi di quando
mi si è incastrato l’apparecchio nello spazzolino elettrico nel 1998?” (non me ne vogliate, la sto
buttando sul ridere, perché non ho voglia di rendere questo l’ennesimo blog di auto-aiuto in cui
ritrovarvi nei momenti tragici e da cui trarre qualche massima per lenire il peso della sofferenza.
Spero di farvi piangere dal ridere, non di farvi arrivare a metà post con la voglia di fare bungee
jumping senza elastico.)

E dunque, pongo la prima domanda esistenziale di questo maldestro tentativo di scrittura: la felicità è
davvero inutile?